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Cenni Storici Documentati

IL FASCINO DI PALAZZO DE NOBILI

di Silvestro Bressi

 

C’è chi giura che di sera, dentro le mura di Palazzo De Nobili, si registrino strani avvenimenti. Porte che sbattono, lo scoccare di un orologio, rumori secchi di scarpe c il vagare di un’ombra femminile.

Si tratterebbe di Rachelina De Nobili, la cui vita si oscurò quando i fratelli scoprirono il suo legame amoroso con Saverio Marincola, rampollo di una blaso­nata famiglia catanzarese di origine spagnola.

Un amore ostacolato, per via dei pessimi rapporti esistenti tra i due aristocratici casati, da attribuire esclusivamente a ragioni politiche. 1 De Nobili, Liberali, erano rimasti legati ai francesi e auspicavano l’unità d’Italia con a capo un principe murattiano. I Marincola Panzanera invece erano rimasti: fedelissimi ai Borboni, tant’è che il padre di Saverio, don Ignazio Marincola Panzanera, deceduto all ‘epoca dei fatti, era stato, in Catanzaro, il capo del movimento legittimista borbonico.

Questa contrastata storia d’amore si concluse all ‘alba del 7 novembre 1822. al Pie’ di Sala, con l’uccisione dell’aitante diciannovenne Marincola Politi e con la fuga a Napoli della bella Rachelina, due anni più giovane, la quale, distrutta dal dolore, decise di trascorrere il resto della sua vita nel Convento di clausura delle “murate vive”.

Con tale scelta la biondissima De Nobili si allontanò definitivamente dalla fa­miglia, dal sontuoso palazzo e dalla città natia. Per questo si crede che sia il suo spirito inquieto a girovagare tra le mura dell’attuale sede comunale denominata im­propriamente sino a qualche tempo fa Palazzo Santa Chiara, probabilmente al fine di identificare il vicino Convento delle Clarisse acquisito al Demanio pubblico nel 1872 e ristrutturato per ospitare la Legione dei Carabinieri e le scuole tecniche.

Del Palazzo De Nobili, così come della storia d’amore di Rachele e Saverio, si sono interessati vari scrittori catanzaresi. Pino Michienzi ne ha tratto una toccante rap­presentazione teatrale con la riproposta di quel balcone dello storico palazzo, che af­facciava su Via Gelso Bianco, da dove Rachele di notte scambiava sguardi e sorrisi con il suo amato e dove fu scoperta dai fratelli nel corso di un dolce colloquio.

Sicuramente uno dei più bei scritti relativi a questa angosciosa e breve storia d’amore è quello dell’avvocato-scrittore Carlo Corigliano (1915-1997) il quale la propose nel corso di una conferenza pronunziata nella sala consiliare di Palazzo De Nobili il 3 novembre 1990. L’intervento fu riportato integralmente in un vo­lumetto stampato, in numero di copie limitato, presso la Tipografia Scorza.1

  1. Carigliano. Per una medaglia ‘Il fascino di Palazzo Sonta Chiara Catanzaro 1990, tip. Scorza.

 

In seguito lo stimato e apprezzato giornalista Saro Ocera ( 1939-2008) si stava muovendo per dare alle stampe il testo della conferenza del noto penalista ma la sua morte, purtroppo, arrivò prima dei finanziamenti per la pubblicazione.

Per questo ho inteso divulgare attraverso questo volumetto la rievocazione scrupolosa, documentata e fedelissima dell’avv. Corigliano che sembrava ripro­porre più che una storia vera, una leggenda svoltasi tra le mura dell’aristocratica dimora, costruita alla fine del Settecento dal barone Emmanuele De Nobili, padre di Rachele.

Dopo questo raccapricciante evento per i De Nobili cominciarono i dissesti fi­nanziari. Dopo l’unità d’Italia, tra i popolani correva voce che alla nobile famiglia “nci cattaru l’aneddhi. per significarne la loro caduta in miseria tanto da essere costretti a cedere, nel 1863, il palazzo, all’epoca a due piani, al Comune.

Donna Carlotta e donna Isabella De Nobili, che risiedevano a Reggio Calabria, per portare a temine la lunga trattativa di vendita, rilasciarono la procura all’avv. Giuseppe Rossi. Il Comune, da parte sua delegò alla trattativa i consiglieri Ambrogio Apollari e Patrizio Corapi.

Il fabbricato fu valutato dall’arch. Amato in 2500 ducati pari a 10.625 lire. Ad accordo raggiunto si dovette aspettare l’approvazione dell’acquisto da patte di Vittorio Emanuele II che firmò il decreto reale a Torino il 29 novembre 1863.

Ed ecco uno stralcio della conferenza dell avv. Corigliano:

Era l’anno 1806:

Napoleone era all’apogeo della sua potenza c della sua gloria. Pochi mesi prima, il 2 ed il 3 dicembre del 1805. nelle pianure di Austerlitz  aveva sbaragliato, distrutto, annientato gli eserciti coalizzati austro- russi, riportando la più sfolgo­rante vittoria militare di tutti i tempi!

L’Europa era ai suoi piedi. Anche il regno di Napoli era stato occupato fino a Reggio di Calabria.

Ferdinando I di Borbone e la sua Corte – protetti dalla flotta britannica – si erano rifugiati a Palermo.

E nell’’aprile del 1806 come precisa Pietro Colletta- proprio a Reggio si tro­vava Giuseppe Bonaparte, il primo dei fratelli dell’ Imperatore e suo Luogotenente Generale. Giuseppe era scortato dal Nono Reggimento Cacciatori a Cavallo, di stanza a Catanzaro: il famoso Reggimento che tre mesi dopo, il 4 Luglio, fece prodigi di valore durante la battaglia di Maida. nella piana di S. Eufemia, dove gli inglesi erano sbarcati.

Dunque Pietro Colletta – nella sua ‘Storia del Reame di Napoli- ricorda e pre­cisa che  proprio a Reggio di Calabria, verso la metà dell’aprile 1806, giunse im­provviso a Giuseppe il Decreto Imperiale, datato da Parigi il 30 Marzo, il quale

L’Imperatore lo nominava Re delle due Sicilie e lo invitava a rientrare subito in Napoli capitale.

E fu durante il viaggio di ritorno che re Giuseppe passò da Squillace e si fermò in Catanzaro da 24 al 26 Aprile, prima di proseguire – per Crotone, Cariati e Ta­ranto) verso la capitale.

Fu ospitato nel vostro palazzo Salzano, oggi dei signori Lisimacus, palazzo, pur esso, ricco di ricordi e di storia!

Ma il solenne ricevimento in onore del Re ebbe luogo qui, in questo palazzo, nel salone grande, ancor oggi esistente seppur rimpicciolito, ma pur sempre mae­stoso.

Ricordano le cronache, scrive Giovanni Patari nella sua “Catanzaro d’altri tempi”:

Il grande salone ere addobbato con mobili di argento e di argento era la mobilia delle camere da pranzo, da letto, da lavoro.

Le sale erano decorate con damaschi Catanzaresi.

Il grande scalone, nell’ampio e luminoso cortile, aveva i gradini di grezzo marmo verde di Gimigliano; non quelli attuali di bianco marmo di Carrara; la sostituzione avvenne quando era sindaco Francesco De Seta.

“Che splendore la festa in quel giorno – continua Patari – la baronessa Olim­pia. nata Schipani. moglie di Don Emanuele de Nobile, fiorente di giovinezza e di beltà, circondata da dame attraenti, da cavalieri giovani e vecchi abbigliati nei ricchi costumi dell’epoca, faceva gli onori di casa”.

Ebbene!

In quel “giorno di splendida festa” c’era già nel palazzo una bambina che. circondata da balie e cameriste, cinguettava felice, ignara di ciò che le avrebbe ri­servato il destino!

Quella bambina si chiamava Rachele ed era la figlia del barone Emanuele de Nobili e della consorte Olimpia Schipani.

1806 – 1822

Sedici anni erano trascorsi: la bambina era diventata donna: una signorina. Aveva frequentato le nobili Suore del vicino convento di S. Chiara mentre era badessa Suor Marianna Mazza. E, nel convento, era stata educata ed aveva espresso a suonar di arpa e pianoforte ed a scrivere assai bene.

Com’era, Rachele, quella creatura di sogno?

Enzo Zimatore, l’illustre avvocato ed amico, con il quale, tanto tempo dietro, abbiamo scambiato interessanti notizie, in un suo suggestivo “racconto” letto nel 1977 nel Circolo cittadino, riferì quello che, giovinetto, aveva sentito dalla bi­snonna materna, la nobile signora Emanuela Marincola Politi: “Rachele era assai bella”.

E la sua descrizione trova conferma in quello che sto per dirvi.

Colui che, più di tutti,“sapeva” e che, meno di tutti ne scrisse o ne disse, fu il venerando, caro, indimenticabile “Don Pippo”:

IL Barone Filippo de Nobili di Magliacane , figura ieratica e leonardesca, l’illustre studioso, il bibliotecario insigne, discendente in linea collaterale da una delle famiglie coinvolte nel dramma.

Don Pippo, schivo, riservato, solitario, ne parlò poco e con pochissimi.

Eni il 1939: ne parlò con Giuseppe Casalinuovo – il grande avvocato, confe­renziere, poeta – e con me – giovanissimo e appena laurealo – che Casalinuovo accompagnavo raccogliendo preziose notizie per la preparazione della “Prefa­zione” che l’Avvocato si accingeva a comporre sull’arringa di Giuseppe Poerio in difesa di Antonio De Nobili.

E, un giorno, don Pippo parlò a noi di Rachele e disse di averne visto – tanti, tanti anni prima il ritratto in un dipinto non del tutto sbiadito del tempo: vestita di bianco, piuttosto alta, esile bionda dagli occhi azzurro celeste. Una visione!

Poi. dalla Biblioteca – che era al piano terreno – salimmo qui, proprio qui: quell’ala del palazzo era ancora intatta perché si lavorava dall’altro lato. Questa sala, naturalmente, non esisteva: c’era una fila di grandi camere: l’ultima, all’an­golo del fabbricato. L’ultima – dietro questa parete, dietro questa porta – l’ ultima, quella di Rachele.

E Don Pippo mostrò il balcone. Quello, proprio quello, della storia – leggenda! Quello che si vede distintamente sulla fotografia dello invito: con la ringhiera di ferro battuto forgiata dagli antichi fabbri catanzaresi; con l’aggetto il pavimento, la pietra, consumata dal tempo e dalle intemperie, tutta piena di buchi; il balcone sulla via del Gelso Bianco; il balcone muto testimone di quel grande amore; il balcone che da tanto tempo non c’è più. Era lì dove c’è adesso, un sontuoso e… ….presuntuoso finestrone!

Autunno – inverno 1821 – Si, perché la vicenda si snoda e si svolge nell’arco di un anno 1821 – 1822. Erano gli anni apicali del “ Romanticismo”….

Il teatro.

Il “Real Teatro” perché, intanto, il Borbone era tornato, era costruito e funzio­nante il teatro, sebbene non del tutto ultimato: lo fu soltanto nel 1830. Il “Vecchio Teatro” ricordato con accenti commossi da Giuseppe Casalinuovo.

Vi erano 44 palchetti e, nel primo ordine, vicino al palco de Nobili c’era il palco dei Marincola Panzanera o Panzineri.

De Nobili Marincola: due tra le più antiche ed aristocratiche famiglie della città: ma purtroppo, avverse, nemiche acerrime “per ragion politica” Oh’ La “po­litica” che ha sempre avvelenato gli uomini, i popoli, la storia’

Per il “Partito dei Liberali” – sostenitore dei francesi e propugnatore delle loro idee erano stati ed erano i de Nobili.

Don Emanuele – quattro volte barone- (della Bagliva, di Medina, di Simeri, di Soveria) – era stato financo Gran Ciambellano, cioè Gran Cerimoniere, alla Corte di Giuseppe Napoleone e di Gioacchino Murat.

Fedelissimi, invece, ai Borboni erano stati ed erano i Marincola Panzanera, uno dei vari Rami della famiglia: i S. Floro, i Petrizzi. i Falaga, i Cattaneo, i Politi, i Pistoia, i Tizzano. i Perrone. i Campitelli. Il ramo dei Panzanera si estinse defi­nitivamente verso il 1970.

il padre del giovane e bello Saverio, protagonista del dramma. Don Ignazio Marincola Panzera – morto, allora, da qualche anno – era stato, in Catanzaro, il capo autorevole ed intrepido, del movimento legittimista borbonico.

Dunque, ironia della sorte, i palchi delle nemiche famiglie erano vicini. Ra­chele e Saverio si videro e l’amore li prese!

Che tutto sia cominciato li. in teatro, è un dato certo.. Nella sua dichiarazione resa alla gendarmeria il 9 Novembre 1822 . la madre dell’ucciso, donna Girolama O Gi- romina. Marincola Panzanera – donna “Ciomba” della tradizione catanzarese – dice:

“Un’antica inimicizia passava tra la famiglia del fu mio marito Don Ignazio Marincola e quella del Barone Don Emanuele de Nobili, il quale, in tempo di oc­cupazione militare, fece rubricare come reo di Stato il fu mio marito che  stiede in pericolo di essere fucilato.

La mia famiglia perciò non era in amicizia con quella del detto barone. Con l’oc­casione che il palco della mia famiglia nel teatro è contiguo a quello del detto barone, il mio diletto figlio don Saverio Marincola e la figlia del barone de Nobili, donna Rachele, si invaghirono scambievolmente e cominciarono a corrispondersi con delle lettere. L’infelice mio figlio andava la sera sotto i balconi del detto barone per vedere la giovane e dirle, forse, qualche parola. Dunque si videro a teatro. Si videro ancora a teatro. E si videro a messa la domenica, in mezzo ai familiari, sorto le arcate del Duomo e della Chiesa del Rosario e l’amore  li avvinse ogni giorno, ogni ora di più.

Non l’amore come oggi si intende! Ma il “grande amore”; l’amore del senti­mento e del sogno: l’amore che vuole salire l’altare; l’amore  profondo, serafico del tempo che fu!

Questo l’amore tra Rachele e Saverio! Amore dolcissimo che nessun sospetto, nessuna velata insinuazione di qualche “postero’ potrà mai scalfire!

Amore purissimo: non furono mai vicini; si vedevano in teatro cd in chiesa; poi riuscirono a comunicare per lettera e, infine, a voce… dal balcone! Comuni­care con pochissime lettere a mezzo di Giuseppina Leto, la fedele nutrice e ca­merista di lei.

Soprattutto comunicarono, trepidanti, dal balcone della camera di lei. il balcone del quale vi ho parlato, il balcone della camera qui accanto, ad angolo tra la via Croce di S. Chiara e la via del Gelso Bianco.

Nelle tarde serate dell’inverno 1821, nelle calde e dolci serate primavera c dell’estate 1822, “nelle ciliare notti di luna’’, egli veniva sotto il balcone ed ella l’aspettava ansiosa per scambiare qualche parola d’amore.

Questo fatto incontrovertibile – cioè la purezza di quell’amore risultò dal processo del quale vi dirò tra poco. Don Felice Marincola, in esso testimone, perché parente, amico e depositano dei segreti di Saverio, affermò che “gli intenti di Saverio erano onesti e per fine di matrimonio”. Interessante anche la deposizione di Antonio Razio­nale, il servo fedele che di none accompagnava il giovin padrone: egli disse che “il padrone lo faceva fermare all’altezza del palazzo Salzano e che poi don Saverio proseguivano solo, verso il palazzo de Nobili, dove egli sentiva aprire un balcone.”

Ma c’è – documento finale e solenne – la sentenza della Gran Corte Criminale la quale il vero consacra e suggella. Recita testualmente la sentenza. “Il sentimen­tale rapporto si svolse attraverso qualche “missiva e i notturni colloqui, stando la giovane sul balcone del duo palagio ed il Marincola nella sottoposta strada”. Le “missive” di cui parla la sentenza, cioè le pochissime lettere di lui a lei e di lei a lui recapitate dalla devota camerista, costituiscono la prova finale della pura bel­lezza di quel grande e disperato amore! Lettere consegnate, poi, alla giustizia dai rispettivi familiari e al legate agli Atti del processo, andato al macero verso il 1910 ma del quale molto era stato conservato da don Pippo de Nobili; come, pure, l’allegazione a stampa della parte civile – allegazione redatta dagli avvocati Giovanni Marincola di Catanzaro e Carlo Quarto di Napoli – e come, infine, la memorabile arringa di Giuseppe Poerio in difesa di Antonio de Nobili.

Basta leggere quelle lettere per respingere, con fermezza, ogni cattivo pensa­mento !

Lui che scrive a lei, inviandole un anellino; “Amabile Signorina” e lei che scrive a lui iniziando “Mio caro, mio dolce Amico”.

No! Chi ha sospettato e insinuato ha sbagliato!

Fu amore platonico e romantico, in quegli anni nei quali il Romanticismo era tutto: era letteratura, era arte, ma era anche vita!

Il resto è noto!

La sera del 5 Novembre 1822, mentre i due innamorati, lei sul verone, lui giù nella strada, si dicevano qualcosa, ecco che il portone si spalanca, appare don Cesare de Nobili, il più violento dei fratelli, seguito da Domenico e dal giovanissimo Antonio. Don Cesare grida: “ti spaccherò il cuore” ed esplode un colpo di fucile contro Saverio che – non certo per viltà – fugge, inseguito perde uno scarpino e ansante si rifugia nel suo palazzo che sorge ancora in via xx Settembre, difronte i bastioni del Duomo.

E Rachele. atterrita, l’indomani gli scrive. Ecco, tra le sei missive, l’ultima let­tera. quella del 6 novembre, il giorno prima della tragedia.

Sentite, ascoltate:

“Mio caro, con quale inquietudine ho passato la notte non sapendo cosa n’era di te: adesso ho inteso che non hai sofferto niente, e pensa quale contentezza sia il povero cuore. Ti avverto di guardarti e non uscire di sera, ed il giorno di stare guardingo. Puoi pure pensare quali trattamenti ho io ricevuti, mi hanno chiusa in una stanza, tutti contro di me, mi vogliono ammazzare, non sanno cosa tanni prima, tutti mi hanno abbandonata, non mi resti che tu solo, se pure ti ricordi di una infelice che ti amerà fino che avrà vita. Questo è il momento di farmi cono­scere il tuo amore. Addio mio caro, non so neppure se puoi leggere questa lettera, giacché la mano mi trema, ed anche il timore di essere scoperta. Amami mio caro, non mi abbandonare in questa circostanza terribile Addio, amami.”

Signori, queste righe, cadute ad una ad una sulla carta, sono le gocce di un’anima pura e disperata! Quest’ultima lettera rivela sino l’amore, il dolore, il destino, la vita, l’eternità, il principio, la fine. Elia sentiva di essere amata da una natura appassionata, ardente, generosa; da una volontà sacra, da una speranza im­mensa, da infestasi sbocciata e rispondeva “ ti amerò fino a che avrò vita”.

Convegno dato fuori dalla terra; biglietto tenero di un fantasma ad un’ombra.

La sera dopo, 7 novembre, all’imbrunire, (‘ Tana era tetra e nubilosa”dirà Poe- no nell’arringa), mentre Saverio Marincola incurante di ogni avvertimento c di ogni prudenza – tornava a cavallo dal suo terreno alla Manna, mentre percorreva il letto della Fiumarella il cammino di allora più breve ad agevole, giunto nei pressi del canneto dei signori Laudari, al Piede della Sala, sono il cole del Mona­caro, all’iniziò della salita verso la città, veniva fatto segno a tre fucilate, una delle quali, una palla da un’oncia, penetrata da un fianco, “gli spaccava il cuore”, come gli era stato gridato due sere prima!

Pero tutto fa pensare ad un fatto improvviso, non ad un agguato per uccidere. Dopo l’episodio del 5 novembre, di 48 ore prima, i fratelli de Nobili forse avevano deciso di affrontare, fuori dalla Città, Saverio Marincola per minacciarlo, per ingiungergli di troncare quell’mpossibile legame sentimentale dati i rapporti tra le due famiglie.

Erano armati perché tutti i Signori, allora, andavano armati fuori Città. Ed anche Saverio era armato di fucile: la gendarmeria, subito accorsa, accertò che quel fucile, trovato al suo fianco, aveva sparato, “era scaricato di fresco”.

Marincola vide i tre fratelli de Nobili sulla sua via: due sere prima era stato minacciato di morte ed era stato sparato: temette per la sua vita.

Poerio. nell’arringa, scolpisce l’attimo tremendo:

”A un tratto vide i tre fratelli de Nobili; si teme morto. Sparò dunque, spronò la ca­valla, oltrepassò 1 suoi nemici c nell’altro ricevè il colpo micidiale da fianco. Gli era fora o sparare il primo, o dar di volta e fuggire; scelse il partito degli animosi: sparò c proseguiva il cammino quando la prontezza del colpo di rimando lo tolse di vita M

E poi. poi. altri particolari che risultarono dal processo e riportati nella Memoria a stampa della parte civile c nell’arringa di Poerio: il cavaliere, colpito a morte, che resta, per qualche attimo irrigidito in sella; la cavalla, imbizzarrita dai colpi, che si impenna: Saverio precipita a terra e rimane, morto, sulla strada, al principio della salita del Monacaro, a una certa distanza dal punto dove è stato colpito; la cavalla continua a correre, sollevando scintille dal saldato”; Giovanni Battista Alfieri, Raf­faele Pappaianni. Raffele Brescia – (che rientravano a piedi dalla campagna e che erano avanti, lungo la salita del Monacaro) – i tre. poi testimoni nel processo , “af­ferrano la giumenta per In briglia” e dello stemma sulla scila insanguinata, ricono­scono f appartenenza c la conducono al palazzo di Punzonerà.

i gendarmi, avvisati, corrono giù al Monacare: trovano il cadavere del giovane e descriveranno l’abbigliamento, il fucile, le ferite nel Verbale che redigeranno la stessa notte.

E i gendarmi – con alcuni domestici della famiglia – attraverso la salita del Fotidachello e la Porta di Mare, riportano in Città – tra il bagliore fiammeggiante ed il fumo delle torce la salma di Saverio sopra una barella.

E sempre la Gendarmeria – come si legge nel rapporto – in quella iragica sera, dovrà affrontare e calmare, nella piazza S.Caterina, i numerosi parenti dclfucciso, al­cuni dei quali armati, “che chiedevano vendetta e giustizia contro i signori de Nobili”.

Grande era il rumor pubblico – contìnua il Verbale – ed in esso periglio avver­ti vasi di gravi disordini.”

Cosa avvenne, quella sera, in questo palazzo? Cosa avvenne quella notte9 E* difficile, è impossibile dirlo, ma è facile immaginarlo!

I tre Nobili sparirono nella notte. Raggiunsero, a spron battuto, il loro palazzotto della “Peirizia”’ Ancora esistente, vicino al mare, c alcuni giorni dopo, si imbarca­rono – pare nella rada delle “Castella” – su un piccolo veliero e raggiunsero prima Smirne e, dopo lungo tempo. Corfù, dove definitivamente si fermarono.

Saverio Marincola fu sepolto nella chiesa del Gesù, che era ubicata nella parte a meridione del Collegio dei Gesuiti – oggi Liceo Galluppi – nella omonima piazza; Chiesa che venna demolita nel 1874 e che in parte venne compresa nel Convinto Nazionale del quale costituì la Cappella della Biblioteca.

La vicenda giudiziaria ebbe lunghe ed alterne vicende.

Uscì da questo Palazzo nella primavera del 1823.. .per non tornar più. Almeno in vita. Non sappiamo. ..oltre la vita!

Partì accompagnata dallo zio don Raffaele de Nobib.

La carrozza da viaggio Uno al Pizzo di Calabria.

Poi la nave, il veliero, il “postale”, come allora si diceva, che una volta al mese, univa la “Calabria Ulteriore Seconda” alla Capitale.

Poi Napoli.

Poi la pesante porta del convento che si chiudeva, come pietra tombale, sulla sua vita finita a vent’anni!

Si seppellì a venti anni anche lei “per pregare, per ricordare, per amare oltre la morte”.

Cosi pagarono entrambi, con il sacrificio della vita, il loro disperalo, meravi­glioso amore!

Qualcuno ha affermato che Rachele visse ancora a lungo.

Don Pippo de Nobili – più di tutti informato – disse, invece, che, dopo pochis­simi anni, nel 1834 e non nei 1861. ella era già defunta. Dunque nessuno può af fermare con certezza quando morì quella monaca.

Sicché tornano alla memoria i versi che, in quegli stessi anni – quale straordi­naria coincidenza – scrissero Byron e Goethe: versi che in modo impressionante – sembrano ispirati da Rachele e composti per Rachele.

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